Il M**Bun sbarca a Torino e io ci vado.
Fai per per pigrizia, fai che è lontano e non ho la macchina, fai che sarebbe stato contro la filosofia a km zero - dentro il locale te la menano su carattere “engravers gothic bold” corpo “50” -, ma a quello di Rivoli non ci sono mai stato.
Detto fatto, entro in compagnia di amici anche loro incuriositi, nel nuovo punto ristorazione di corso Siccardi 8 - bella la mucca segata in due culodentrotestafuori - . Rimango immediatamente sorpreso dall’efficienza del personale e dalle dimensioni sproporzionate del locale. Chissà perché me lo immaginavo piccolo e accogliente.
I commessi sorridono e scambiano addirittura qualche parola con i clienti. Meno male. Ma lo stress da catena di montaggio pervade la cucina: i ritmi sono quelli da fast food ma slow.
Un panino - così chiamano loro l’hamburger - Tuma per me. Da bere del tè verde. Grazie.
Dopodiché, mi consegnano una sorta di cercapersone come quelli della Motorola dei primi anni 90. Avviso alle donne “sensibili”: non tenetelo vicino alle zone intime se volete evitare scene alla “Harry ti presento Sally”. Per tutti gli altri, nessuna precauzione: basta un briciolo di discrezione e… largo spazio alla fantasia! Una simpatica vibrazione vi avviserà che il panino è pronto, stimolando la zona del corpo da voi scelta.
Tutto è biodegradabile: dai piattini per le patatine al bicchiere di plastica che non è plastica come quello dello speciale su Wired. Tutto è piemontese: dai condimenti ai nomi in dialetto dei panini. Alcuni forzati, altri stropicciati ma comunque memorabili.
Aspetto sul tavolo gli ultimi amici rimasti ancora in attesa, ma non riesco a trattenermi dalle patatine fritte sotto il mio naso. Il loro aspetto non smentisce. Saporite e croccanti. Inoltre non ungono le dita quindi godo fino a metà.
Il panino è una gioia per gli occhi perché tutto è come dovrebbe essere: il pomodoro è rosso, la verdura è verde e l’hamburger è leggermente al sangue come piace a me. Sul tavolo non si apre bocca se non per addentare e stranamente mi sento sazio. Il mio Tuma mi è sembrato l’equivalente del 280gr del M**Donald’s in quanto a pesantezza. E il 280gr mica scherza, per chi non lo conoscesse è l’Hummer degli hamburger.
A fine pasto buttiamo tutto negli appositi cestini differenziati. Un operazione obbligata ma a tratti divertente che sembra di giocare con le formine ad incastro. Il vassoio da mensa si salva perché di plastica old scool.
Mi avvio verso l’uscita del locale privo di quel senso di colpa che si ha quando arricchisci le multinazionali dell’hamburger o vai a vedere i film al multisala Medusa del Berlusca.
Ma arriviamo al dunque. Vale la pena spendere qualcosina di più per avere meno quantità e avere tempi d’attesa maggiori? A mio parere, sì.
I 9 euro spesi per il menu base sono stati ricompensati da pura goduria. E il ruttino pomeridiano al sapore di citriolo e cipolla scompare. Assicurato.
Peccato non aver provato gli abbinamenti con le birre artigianali o i vini selezionati, ma i postumi da sbornia del giorno dopo non me l’hanno concesso. Sarà per un’altra volta.
Superata la porta d’uscita, inconsciamente mi volto e indirizzo un saluto ai commessi. Un arrivederci sincero, di chi si è trovato bene. Ma non è a gestione familiare e non vengo ricambiato, così il mio saluto si biodegrada nell’aria.
Voto: 3 stelline e mezzo su cinque.